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LA TUSCIA VITERBESE

Viterbo
L’imponenza delle mura civiche di Viterbo dà un’idea dell’importanza storica e politica che la città ebbe nel Medioevo. Edificate in più fasi tra l’XI e il XIII secolo, ancora oggi i 3,8 km di mura che cingono la città di Viterbo conservano numerose torri collocate sia all’interno della città, dove costituivano le abitazioni e le roccaforti della nobiltà cittadina, sia lungo la cinta muraria, con funzione di baluardi difensivi. Ancora oggi, se si fa eccezione per due tagli operati nelle mura in tempi piuttosto recenti, si entra nel centro storico di Viterbo solo attraverso le sue porte, alcune delle quali hanno mantenuto inalterato l’aspetto originario (Porta S. Pietro e Porta del Carmine). Passeggiando per il centro storico balza subito agli occhi la presenza di fontane più o meno elaborate che fanno bella mostra di sé in ogni piazza o slargo del centro storico.
Ogni cosa, le mura, le torri, le fontane e gli edifici storici che si incontrano lungo le vie del centro, è stata realizzata con la tipica pietra locale d’origine vulcanica chiamata “peperino”, che con le sue diverse tonalità di grigio conferisce alla città un aspetto pittoresco e dal sapore antico.
Se il cuore del centro storico è denso di chiese romaniche (notevoli quelle di S. Sisto, S. Giovanni in Zoccoli, S. Maria Nuova, etc.) e di eleganti palazzi di ogni epoca (il Palazzo dei Priori e il Palazzo del Podestà, da sempre sede del Comune; il Palazzo degli Alessandri, nel caratteristico quartiere medievale di San Pellegrino, dove si ammirano i profferli, le tipiche scalinate viterbesi addossate alle facciate delle abitazioni, e i richiastri, ossia i cortili delimitati dalle case; Palazzo Brugiotti, Palazzo Mazzatosta, etc.), sul colle del Duomo sono appostati i due monumenti-simbolo di Viterbo, la Cattedrale e il Palazzo Papale, testimoni del passaggio di numerosi pontefici che decisero di lasciare Roma per rifugiarsi tra le mura della più tranquilla e sicura Viterbo.
Iniziò la serie papa Alessandro IV (1254-1261) - i cui resti mortali, mai ritrovati, dovrebbero ancora essere nascosti in qualche sperduto angolo della cattedrale -, seguìto da due francesi, Urbano IV (1261-1264) e Clemente IV (1265-1268), che per primo prese possesso del maestoso Palazzo fatto costruire dai viterbesi sotto la guida del capitano del popolo Raniero Gatti. E’ alla morte di Clemente IV che si assiste al più lungo periodo di sede vacante della storia della Chiesa, e che spinse i viterbesi a chiudere a chiave (cum clave, da cui l’origine della parola conclave) nel Palazzo tutti i cardinali: dopo 2 anni e 10 mesi i cardinali si decisero ad eleggere il piacentino Gregorio X (1271-1276), che emanò una serie di decreti per le future elezioni pontificie. Dopo Gregorio X furono eletti Adriano V (1276) - il cui sepolcro, ritenuto il primo monumento di Arnolfo di Cambio, si può ammirare, assieme a quello di Clemente IV, opera di Pietro di Oderisio, nel transetto della Basilica di S. Francesco alla Rocca - e il portoghese Giovanni XXI (1276-1277), l’unico pontefice che Dante Alighieri colloca nella cantica del Paradiso (!), che morì dopo appena 10 mesi a causa del crollo del soffitto della sua stanza. Altri pontefici che dimorarono a Viterbo furono Niccolò III (1277-1280) e Martino IV (1281-1285), che Dante colloca nel cerchio dei golosi a “purgare l’anguille di Bolsena e la vernaccia” (Purgatorio, canto XXIV, vv. 23-24).

Nel 1282 la corte papale fa ritorno a Roma per trasferirsi successivamente in Francia, ad Avignone (“cattività avignonese”), dove rimane fino al 1377. Con il tramonto del Medioevo e delle due forze che ne avevano segnato le fasi più importanti, il Papato e l’Impero, tramonta anche l’importanza di Viterbo, la cui storia, nel periodo che precede l’avvento dei grandi pontefici del Rinascimento, è caratterizzata da continue e feroci lotte fra gli esponenti delle famiglie che si contendono il dominio della città e del territorio. Viterbo continuerà a conservare i tesori del suo periodo più glorioso, mentre pontefici e cardinali si volgeranno verso il suburbio o gli altri centri della provincia per erigere le testimonianze del loro gusto del bello e del grandioso. Ne è esempio la Villa Lante di Bagnaia (4 km), splendida dimora cardinalizia tardo-rinascimentale caratterizzata da un parco di 18 ettari e da un Giardino all'Italiana tra i più belli d'Italia, impreziosito da fontane e giuochi d'acqua e da due palazzine gemelle progettate dal Vignola.

A circa 3 km dal capoluogo si estende la principale zona termale del territorio viterbese, che ha il suo epicentro nella sorgente del Bullicame o Bulicame (298 m), un piccolo cratere del diametro di 6-8 m, ricordato da Dante Alighieri nella Divina Commedia (Inferno, XIV canto, vv. 79-81).
Già note agli Etruschi e poi ai Romani, i quali ultimi costruirono grandiosi edifici termali di cui ancora oggi si possono ammirare i resti per un tratto di 11 km lungo la Via Cassia, alla periferia di Viterbo, le terme furono abbandonate durante le invasioni barbariche. Si tornò a farne uso soprattutto alla fine del XIII secolo, allorché il Comune di Viterbo edificò un piccolo stabilimento con il quale inizia l’era dei fasti papali delle terme, che vennero poi chiamate Terme dei Papi proprio perché frequentate da molti pontefici e cardinali. In particolare, papa Niccolò V apprezzò talmente i benefici effetti che ne traeva nella cura dei suoi mali da farsi edificare sul posto, attorno al 1450, uno splendido palazzo - detto Bagno del Papa, distrutto in seguito ai bombardamenti dell’ultima guerra - nel quale poter soggiornare comodamente. Nel 1462 anche papa Pio II venne a Viterbo nella speranza di trovare refrigerio alla sua gotta nelle “acque solforose e calde del Bullicame”, come scrisse nei suoi Commentari.
Attraverso alterne vicende di decadenza e splendore, le Terme dei Papi sono riuscite a conservare intatta l’immensa ricchezza sgorgante dal sottosuolo, e dai primi dell’Ottocento sono state sottoposte a continue opere di ampliamento e ammodernamento che le hanno collocate fra gli stabilimenti termali più attrezzati ed efficienti d’Europa.

Tra le manifestazioni che hanno luogo nel capoluogo una menzione particolare merita il trasporto della cosiddetta “Macchina di Santa Rosa”, di circa 30 metri d’altezza e 5 tonnellate di peso, portata a spalla da 100 “facchini”, che si svolge ogni anno, la sera del 3 settembre, in onore della giovane compatrona della città, alla presenza di oltre 60.000 persone che si accalcano lungo un percorso di 1 km e mezzo. Vissuta alla metà del XIII secolo, al tempo del soggiorno a Viterbo di Federico II contro cui combatté, la giovane Rosa morì all’età di 17 anni e fu subito acclamata santa a furor di popolo. A sette anni dalla morte, nel 1258, il suo corpo venne riesumato da papa Alessandro IV e deposto nell’attuale Basilica, dove è tuttora venerato e dove, dal 1600 ad oggi, la “macchina” viene lasciata per alcuni giorni davanti al sacrato per essere ammirata dai tanti fedeli devoti alla santa.

La Tuscia Viterbese
Il territorio
La Tuscia - antico nome dell’attuale realtà amministrativa costituita dalla Provincia di Viterbo - è costellata di memorie storiche e artistiche armoniosamente coniugate con un territorio che tra campi, boschi e laghi si estende per circa 3.612 km2 tra Roma, la Toscana, il Mar Tirreno e l’Umbria.
Su un territorio così poco esteso si possono ammirare tante e diverse bellezze da rendere la zona tra le più interessanti d’Italia: si va dalla costa tirrenica ad ovest, con litorale sabbioso coronato dalla tipica vegetazione mediterranea, alle pianure di colmamento della Maremma Viterbese; dalle colline boscose del Monte Rufeno e dei Monti Volsini, Cimini e Sabatini, fitti di querce e castagni, con i vulcanici Laghi di Bolsena, Mezzano, Vico e Monterosi, alla notevole area termale riunita intorno alla piana di Viterbo, fino alla rigogliosa Valle del Tevere ad est, percorsa da forre fluviali e speroni tufacei più o meno elevati su cui si ergono caratteristici centri storici d’antica origine.

La storia della Tuscia
Sebbene molteplici siano le testimonianze della presenza umana nella Tuscia già in epoca preistorica, furono tuttavia gli Etruschi i primi a lasciare nel territorio viterbese un’impronta indelebile della loro civiltà. Basti ricordare, nel territorio di Viterbo, la necropoli rupestre di Castel D’Asso, la prima ad essere scoperta e fatta conoscere al mondo della cultura (era il 1817), caratterizzata da una spettacolare concentrazione di tombe monumentali addensate lungo le rupi, variamente intagliate nella roccia e distribuite su due o tre ordini sovrapposti; Ferento, dove gli scavi compiuti a partire dal 1966 dall’Istituto Svedese di Studi Classici di Roma sul colle di S. Francesco, meglio noto come Acquarossa, più d’ogni altro hanno contribuito alla conoscenza della prima architettura domestica e civile del Popolo etrusco e della sua vita quotidiana; Norchia, la più grandiosa e spettacolare necropoli rupestre d’Etruria e d’Italia, con tombe a finto dado o a dado datate dal IV al I sec. a.C., disposte a terrazze negli aspri declivi prospettanti il centro urbano; Vulci (Montalto di Castro), dove tra le altre spicca, per la complessità degli ambienti e per l’importanza architettonica, la Tomba François, decorata con un grandioso ciclo di affreschi di carattere storico. Ma è soprattutto Tarquinia la città madre dell’Etruria, la cui storia si identifica con quella del Popolo etrusco. Se nel corso dell’VIII e del VII sec. a.C. la supremazia politica di Tarquinia si estende per un vasto territorio che si prolunga nell’entroterra fino ai Monti Cimini e al lago di Bolsena, nel VI secolo sempre più attivi diventano i traffici con l’Oriente e la Grecia che la rendono ancora più ricca e potente. Ne sono testimonianza il tempio dell’Ara della Regina, il più grande d’Etruria, dal quale provengono i famosi Cavalli alati in terracotta custoditi nelle sale del rinascimentale Palazzo Vitelleschi, un museo nazionale che raccoglie migliaia di reperti tra vasi, ceramica etrusca e greca, sarcofagi, bronzi, gioielli, sculture ed ex voto, ma soprattutto le tombe, per lo più accentrate nella collina di Monterozzi, dalle quali provengono molti preziosi reperti conservati nel Museo. Di queste, un cospicuo numero sono dipinte e costituiscono una pinacoteca dell’arte antica mediterranea ed italica: la tomba delle Pantere, dei Tori, della Caccia e della Pesca, degli Auguri, delle Leonesse, del Barone, dei Giocolieri, del Cacciatore, della Fustigazione, dei Leopardi, della Scrofa Nera, degli Scudi, dell’Orco etc., datate dal VI secolo al I a.C..
Successivamente, la conquista del territorio ad opera dei Romani portò all’edificazione di terme (numerosi sono i ruderi sparsi nella campagna prossima a Viterbo), città, ville patrizie, anfiteatri (notevoli quelli di Ferento e di Sutri), ponti (arditissimo quello dell’Abbadia di Vulci, sul fiume Fiora) e acquedotti, soprattutto lungo la Via Cassia, arteria di storica importanza che unisce Roma e Firenze (ora sostituita, per più rapidi collegamenti, dall’Autostrada del Sole), costruita certamente al tempo delle prime relazioni dei Romani con gli Etruschi per assicurare, insieme con le vie Aurelia e Clodia, i collegamenti tra Roma e le città dell’Etruria.
La caduta dell’impero e le invasioni barbariche, l’incerto dominio bizantino e la pressione longobarda portarono poco a poco all’abbandono degli abitati disposti lungo le vie e al ripristino dei luoghi alti per necessità di difesa e sicurezza: le domuscultae, villaggi sparsi posti sotto la tutela del vescovo di Roma, dettero origine ad un vasto patrimonio ecclesiastico, mentre i castra, villaggi chiusi sorti in luoghi alti in prossimità del castello baronale, furono invece i nuclei di una numerosa feudalità laica.
La formazione dello Stato Pontificio, che attraverso un lento e faticoso processo iniziato nell’VIII secolo con la cessione a papa Gregorio II, da parte del re longobardo Liutprando, di Sutri, può dirsi compiuto nei suoi tratti essenziali solo nel XV secolo, portò alla costruzione di castelli-palazzi, spesso ricostruiti su preesistenti fortezze medievali appartenute a nobili feudatari del posto e a principi della Chiesa - Orsini (Soriano nel Cimino, Vasanello, etc.), Marescotti-Ruspoli (Vignanello), Monaldeschi (Bolsena, etc.), Farnese (Caprarola, Gradoli, Valentano, etc.), Borgia (Civitacastellana, Nepi), Odescalchi (Bassano Romano), Albornoz (Viterbo), Santacroce-Altieri (Oriolo Romano), etc. -, centri storici (Viterbo, Vitorchiano, Calcata, Bassano in Teverina, Orte, etc.); ville e giardini di pregio (Villa Lante a Bagnaia, Palazzo Farnese a Caprarola, Parco dei Mostri a Bomarzo); e chiese più o meno elaborate (mirabili quelle romaniche di S. Maria in Castello a Tarquinia, di S. Pietro e S. Maria Maggiore a Tuscania, il Duomo di Civita Castellana con lo splendido portico cosmatesco, l’abbazia cistercense di S. Martino al Cimino, il raffinato Santuario rinascimentale della Madonna della Quercia, etc.).

Tuscia: arte e paesaggio
Talmente diversificate sono pertanto le realtà storico-artistiche e naturalistico-ambientali che caratterizzano il territorio viterbese che, per avere un quadro piuttosto omogeneo, è necessario raggrupparle sotto alcuni comuni denominatori facenti capo a: Le Grandi Famiglie, La Valle dei Calanchi, Il Sentiero dei Briganti, La Via Francigena e Il Lago di Bolsena.
Le Grandi Famiglie
Ai Monaldeschi rimandano le rocche di Bagnoregio e Castiglione in Teverina, la Torre di Civitella D’Agliano, il Castello di Bolsena, oggi sede del Museo Territoriale del Lago di Bolsena, l’imponente Castello, detto anche Palazzo Madama, di Onano (che appartenne successivamente agli Sforza), e il bellissimo Palazzo di Lubriano.
Ma quella che maggiormente ha lasciato testimonianza della sua presenza nel nostro territorio è senza dubbio la Famiglia Farnese, che con papa Paolo III iniziò la vocazione al mecenatismo di cui beneficiarono Roma, Parma e Piacenza.
Nel 1534, con l’elezione al soglio pontificio di Paolo III, zio di quel cardinal Alessandro Farnese che aveva iniziato i lavori nella residenza di Caprarola, affidando il progetto all’architetto Antonio da Sangallo il Giovane, la fama della famiglia Farnese tocca il suo momento più alto. Nel 1559, sotto la guida dell’architetto emiliano Jacopo Barozzi detto il Vignola, la rude fortezza di Caprarola viene trasformata in un edificio di nobile rappresentanza, un gioiello tardo-rinascimentale affrescato negli splendidi ambienti interni dagli artisti più in voga dell’epoca.
Oltre poi alla ristrutturazione urbanistica del paese di Caprarola, i Farnese si adoperarono per aumentare il pascolo e il terreno coltivabile delle campagne limitrofe al Lago di Vico - l’antico Ciminius Lacus, per superficie il terzo del Lazio, che con la Riserva Naturale del Lago di Vico costituisce il patrimonio naturalistico del territorio di Caprarola: scavando l’emissario artificiale sotterraneo che conduce le acque al Rio Vicano, tributario del Treia e quindi del Tevere, i Farnese diminuirono sensibilmente superficie e profondità e il lago assunse la configurazione attuale a ferro di cavallo, lasciando allo scoperto l’area anulare attorno al Monte Venere, oggi in parte acquitrinosa e in parte coltivata a noccioleto.
Tuttavia, sebbene il Palazzo Farnese di Caprarola e il drammatico destino di Castro - distrutta nel 1649 per ordine di papa Innocenzo X Pamphili - siano ben noti, la Tuscia farnesiana rimane sostanzialmente sconosciuta ai più, nonostante sia pressoché costellata di monumenti dovuti alla magnificenza dei Farnese: i Castelli Farnese di Capodimonte, Farnese e Cellere, la Rocca Farnese a Valentano, il Palazzo Farnese di Gradoli, i Palazzi Ducali di Latera e di Ischia di Castro, rappresentano i segni del passaggio di questa illustre famiglia che, a cominciare da Ranuccio III il Vecchio, capitano delle milizie pontificie, donò per oltre due secoli alle terre della Val di Lago (Lago di Bolsena) un’epoca di pace e di risveglio. L’isola Bisentina (Capodimonte), considerata la gemma più preziosa del Ducato Farnesiano, fu addirittura il luogo deputato ad ospitare i sepolcri di famiglia.
Altra illustre famiglia è quella degli Orsini, che ritroviamo a Soriano nel Cimino (nell’imponente Castello che è fra i meglio conservati nel Lazio), a Vasanello, a Celleno, e che è esemplarmente rappresentata dal Palazzo Orsini e dal Sacro Bosco di Bomarzo - un gioiello tardo-rinascimentale unico al mondo, caratterizzato da un suggestivo parco con sentieri e terrazze popolate da gigantesche sculture in peperino fatte realizzare da Vicino Orsini a partire dal 1520, alla cui fama contribuirono senza dubbio il pittore catalano surrealista Salvador Dalì, che oltre a trarre ispirazione per le sue opere, girò un cortometraggio che fece letteralmente il giro del mondo, e lo scrittore argentino Manuel Muijca Laìnez, che nel 1962 pubblicò il suo famoso romanzo “Bomarzo”, da cui fu tratta l’opera lirica del compositore argentino Alberto Ginastera.

La Valle dei Calanchi
Si tratta di un vasto territorio situato nel versante nord-orientale della Tuscia, che interessa i comuni di Bagnoregio, Castiglione in Teverina, Celleno, Civitella D’Agliano, Graffignano e Lubriano.
Anche denominata “Forre della Teverina”, quest’area è costellata da grandi lingue di argilla biancastra, i “calanchi”, che con i loro profondi tagli rendono il territorio un unicum dal punto di vista naturalistico-ambientale.
La forte attività erosiva, in particolare delle acque pluviali, non consente alla vegetazione di crescere sui crinali dei calanchi, cosicché essi appaiono nudi ed aridi, conferendo al paesaggio un aspetto quasi “lunare”. Nonostante ciò alcune specie arbustive riescono comunque ad attecchire, come le ginestre, l’olmo, la rosa canina, il rovo e il biancospino, che nelle zone pianeggianti lasciano il posto a boschi di castagno e cerro popolati da civette, barbagianni, gufi, volpi e cinghiali.
Se ciascuno dei comuni sopra menzionati, costellati di memorie storiche ed artistiche dei secoli passati, si caratterizza per la bellezza di un paesaggio ancora integro e per la tipicità dei prodotti eno-gastronomici, è però soprattutto il borgo di Civita di Bagnoregio - città natale di San Bonaventura e dello scrittore Bonaventura Tecchi - ad affascinare per la spettacolarità del sito: uno sperone tufaceo di circa 70 m d’altezza, minato dall’erosione del tempo, che Tecchi battezzò “la città che muore” ma che, lungi dal morire, è senz’altro uno dei siti più “vitali” e più suggestivi del territorio viterbese.

Il Sentiero dei Briganti
E’ un percorso nella natura di circa 100 km, che collega la Riserva Naturale Regionale di Monte Rufeno con Vulci, in piena Maremma. Inizia nel punto in cui convergono i confini di Toscana, Umbria e Lazio e si dirige verso il Lago di Bolsena, la Selva del Lamone, le rovine di Castro, per arrivare fino al mare. L’itinerario ripercorre le tracce dei briganti che alla fine dell’Ottocento incrociavano su questo territorio, controllato all’epoca da nobili e prelati e flagellato da miseria e malaria. Sono i luoghi di Domenico Tiburzi, il “Re del Lamone”, di Fortunato Ansuini, di Mariano Menichetti e di Luciano Fioravanti, esponenti di spicco del brigantaggio.
Il Sentiero dei Briganti collega i paesi e i luoghi, spesso impervi, dove questi personaggi hanno compiuto misfatti e dove si sono rifugiati nelle loro latitanze. Ripercorrere il sentiero dei briganti (Riserva Regionale Naturale di Monte Rufeno, Proceno, Acquapendente, Onano, Grotte di Castro, il Lago di Bolsena, Gradoli, San Lorenzo Nuovo, Latera, la Selva del Lamone, il Lago di Mezzano, Valentano, Farnese, Ischia di Castro, Castro e Cellere) può diventare l’occasione per una bellissima escursione in mountain bike, a piedi o a cavallo.

La Via Francigena
La Via "Francigena" o "Romea", nata come collegamento tra Roma e i territori franchi dei carolingi di Francia e dei paesi germanici e che da Canterbury portava a Roma, è la strada forse più importante dell’epoca medievale. Ben diversa dalle consolari romane, concepite per il transito degli eserciti e il trasporto delle merci, la Francigena, una via maestra percorsa per secoli da Sovrani, Imperatori, plebi e religiosi, ma soprattutto da migliaia di pellegrini in cammino verso i luoghi Santi della Religione Cristiana, offre un’escursione a ritroso nel tempo, attraverso la storia dei comuni che attraversa: Proceno; Acquapendente, tappa fondamentale per i pellegrini, grazie alla preziosa reliquia portata dalla Terra Santa e conservata nella Basilica del Santo Sepolcro; San Lorenzo Nuovo; Bolsena, la città della santa protettrice Cristina e del miracolo, avvenuto nel 1263, della “transustanziazione”, da cui sarebbe nata la solennità del Corpus Domini; Montefiascone, visibile dalla Cassia a diversi km di distanza per via dell’imponente cupola barocca della Cattedrale di Santa Margherita e per i resti della Rocca dei Papi, resa famosa fin dall’antichità dal bianco D.O.C. Est!Est!!Est!!! E poi Viterbo che, sviluppatosi proprio grazie alla Via Francigena, divenne uno dei cardini dell’intero percorso, ricco di ospizi, alloggi e memorie storiche; San Martino al Cimino (con l’omonima abbazia cistercense e il Palazzo Doria Pamphili a fungere da splendido fondale scenografico dell’abitato progettato da Marcantonio De Rossi nel ‘600), Ronciglione, Vetralla, Capranica, Sutri e Monterosi, dove, abbandonata la Cassia, si proseguiva per la Via Trionfale fino a Roma.

Il Lago di Bolsena
L’antico Volsiniensis Lacus, come lo definirono Plinio, Vitruvio e Columella, è il quinto lago italiano per estensione e il più grande d’Europa tra quelli di origine vulcanica. Circondato dai Monti Volsini, dalle sue acque emergono due isole, la Bisentina e la Martana, due dei coni eruttivi del grande apparato vulcanico vulsino.
L’Isola Bisentina (massima altitudine 360 m) è caratterizzata da un habitat di raro interesse naturalistico in cui si inseriscono, nel piccolo spazio di 17 ettari, elementi artistico-architettonici di pregio risalenti all’epoca della signoria dei Farnese, come la Chiesa rinascimentale dei SS. Giacomo e Cristoforo con l’annesso convento francescano e gli oratori situati sui bordi elevati dell’isola.
L’Isola Martana (massima altitudine 375 m), con i suoi 10 ettari circa di superficie distribuiti su una forma a mezzaluna che ricorda le origini vulcaniche, presenta folte schiere di lecci, olivi selvatici ed insolite vegetazioni intorno alla palazzina padronale di vago stile liberty, assieme a resti di un convento e un castello medievale dove fu relegata la regina dei Goti Amalasunta, fatta uccidere dal cugino Teodato.
Sulle sponde del lago si affacciano, oltre alla già citata Bolsena, Capodimonte, dominato dall’imponente mole del Castello Farnese, progettato dall’architetto di famiglia Antonio da Sangallo il Giovane tra il 1510 e il 1516, e Marta, un pittoresco villaggio di pescatori che conserva integre le sue tradizioni legate alla pesca e all’agricoltura, come testimonia la “Barabbata”, una processione folcloristica e religiosa che ha luogo ogni anno il 14 maggio.
Sulle colline circostanti si stagliano i comuni di San Lorenzo Nuovo, progettato tra il 1774 e il 1779 dall’architetto Francesco Navone che prese a modello Piazza Amalienborg di Copenaghen: uno spazio centrale, di pianta ottagonale, da cui si dipartono vie che si intersecano ad angolo retto, che ogni anno, intorno alla metà di agosto, si trasforma in un grandioso ristorante all’aperto in occasione della “Sagra degli gnocchi”, dove a far da padrona è la patata a pasta gialla, farinosa e gustosa, coltivata nel territorio; Grotte di Castro, con le sue necropoli Etrusche sparse per il territorio, tra cui notevoli quelle situate nel Parco Archeologico di Pianezze; Gradoli, nota soprattutto per un aspetto folcloristico risalente al 1600: il cosiddetto “Pranzo del Purgatorio”, allestito ogni anno nel giorno delle Ceneri dai membri della Confraternita del Purgatorio, a base di “fagioli del Purgatorio” conditi con olio d’oliva, piatti di pesce di lago e baccalà, accompagnati da prelibati vini locali; Latera, uno dei paesi più piccoli del Viterbese che ogni anno, ad ottobre, celebra, con la “Sagra del marrone”, le qualità di questo prodotto tipico a produzione biologica; Valentano, dominato dal possente castello medievale, ristrutturato dai Farnese, oggi sede del Museo della Preistoria della Tuscia e della Rocca Farnese, che raccoglie reperti archeologici provenienti da siti preistorici e protostorici del territorio e pregevoli collezioni di ceramiche dell’epoca farnesiana rinvenute nei “butti” (pozzi di scarico delle abitazioni); infine Montefiascone, cittadina ricca di memorie storiche di pregio (Basilica di San Flaviano, Rocca dei Papi, Cattedrale di S. Margherita) che tuttavia ha legato il suo nome soprattutto a quello del barone tedesco Giovanni Defuk e alla sua passione per il vino d.o.c. EST!EST!!EST!!!, tant’è che il vino, ogni anno, a partire dagli anni cinquanta del ‘900, è il protagonista assoluto della celebre “Fiera del vino” che ha luogo la prima quindicina di agosto.

L’economia della Tuscia
La provincia di Viterbo occupa un ruolo di primo piano nell’ambito dello scenario agricolo regionale, in particolare per la coltivazione di cereali e nocciole, fortemente presenti nella provincia viterbese. E’ un patrimonio che si intreccia con la storia e la cultura del territorio, con i suoi centri storici e con la sua tradizione agricola, evidenziata dalla presenza, nell’ambito dell’Università degli Studi della Tuscia, di una delle più prestigiose Facoltà di Agraria italiane ed europee.
Ma i prodotti che collocano la Tuscia al 7° posto in Italia per importanza dell’agricoltura nell’economia locale sono, oltre a cereali e nocciole, anche il comparto ortofrutticolo (pomodori e meloni), il patrimonio zootecnico (ovini e bovini), le castagne, il vino, l’olio e le patate.
Altri importanti capitoli dell’economia viterbese sono rappresentati dall’ambiente, ancora in gran parte incontaminato, con i suoi laghi, le sue oasi naturalistiche, i suoi parchi e suoi monti, luoghi ideali di villeggiatura e di escursioni all’insegna del benessere e del relax; dalle terme, che hanno il loro epicentro nella sorgente del dantesco Bulicame, sia quelle “en plein air” che quelle trasformate in moderni stabilimenti attrezzati per la cura e il benessere del corpo; dalle testimonianze archeologiche d’epoca etrusca e romana sparse nel territorio, dove la grigia pietra vulcanica del peperino assume forme mirabili nelle necropoli e nei sarcofagi etruschi, nel Teatro Romano di Ferento e in altri gioielli d’epoca più tarda, come il Parco dei Mostri di Bomarzo e le fontane della Villa Lante di Bagnaia, fino ad arrivare ai nostri giorni, dove le tante cave ancora attive in un vasto territorio stanno a testimoniare l’eccellenza di questa pietra ornamentale e da costruzione.