|
I testi di questa pagina sono
stati redatti dalla Ce.F.A.S. Azienda Speciale CCIAA di Viterbo che ne
detiene tutti i diritti.
LA TUSCIA VITERBESE
Viterbo
L’imponenza delle mura civiche di Viterbo dà un’idea dell’importanza
storica e politica che la città ebbe nel Medioevo. Edificate in più fasi
tra l’XI e il XIII secolo, ancora oggi i 3,8 km di mura che cingono la
città di Viterbo conservano numerose torri collocate sia all’interno della
città, dove costituivano le abitazioni e le roccaforti della nobiltà
cittadina, sia lungo la cinta muraria, con funzione di baluardi difensivi.
Ancora oggi, se si fa eccezione per due tagli operati nelle mura in tempi
piuttosto recenti, si entra nel centro storico di Viterbo solo attraverso
le sue porte, alcune delle quali hanno mantenuto inalterato l’aspetto
originario (Porta S. Pietro e Porta del Carmine). Passeggiando per il
centro storico balza subito agli occhi la presenza di fontane più o meno
elaborate che fanno bella mostra di sé in ogni piazza o slargo del centro
storico.
Ogni cosa, le mura, le torri, le fontane e gli edifici storici che si
incontrano lungo le vie del centro, è stata realizzata con la tipica
pietra locale d’origine vulcanica chiamata “peperino”, che con le sue
diverse tonalità di grigio conferisce alla città un aspetto pittoresco e
dal sapore antico.
Se il cuore del centro storico è denso di chiese romaniche (notevoli
quelle di S. Sisto, S. Giovanni in Zoccoli, S. Maria Nuova, etc.) e di
eleganti palazzi di ogni epoca (il Palazzo dei Priori e il Palazzo del
Podestà, da sempre sede del Comune; il Palazzo degli Alessandri, nel
caratteristico quartiere medievale di San Pellegrino, dove si ammirano i
profferli, le tipiche scalinate viterbesi addossate alle facciate delle
abitazioni, e i richiastri, ossia i cortili delimitati dalle case; Palazzo
Brugiotti, Palazzo Mazzatosta, etc.), sul colle del Duomo sono appostati i
due monumenti-simbolo di Viterbo, la Cattedrale e il Palazzo Papale,
testimoni del passaggio di numerosi pontefici che decisero di lasciare
Roma per rifugiarsi tra le mura della più tranquilla e sicura Viterbo.
Iniziò la serie papa Alessandro IV (1254-1261) - i cui resti mortali, mai
ritrovati, dovrebbero ancora essere nascosti in qualche sperduto angolo
della cattedrale -, seguìto da due francesi, Urbano IV (1261-1264) e
Clemente IV (1265-1268), che per primo prese possesso del maestoso Palazzo
fatto costruire dai viterbesi sotto la guida del capitano del popolo
Raniero Gatti. E’ alla morte di Clemente IV che si assiste al più lungo
periodo di sede vacante della storia della Chiesa, e che spinse i
viterbesi a chiudere a chiave (cum clave, da cui l’origine della parola
conclave) nel Palazzo tutti i cardinali: dopo 2 anni e 10 mesi i cardinali
si decisero ad eleggere il piacentino Gregorio X (1271-1276), che emanò
una serie di decreti per le future elezioni pontificie. Dopo Gregorio X
furono eletti Adriano V (1276) - il cui sepolcro, ritenuto il primo
monumento di Arnolfo di Cambio, si può ammirare, assieme a quello di
Clemente IV, opera di Pietro di Oderisio, nel transetto della Basilica di
S. Francesco alla Rocca - e il portoghese Giovanni XXI (1276-1277),
l’unico pontefice che Dante Alighieri colloca nella cantica del Paradiso
(!), che morì dopo appena 10 mesi a causa del crollo del soffitto della
sua stanza. Altri pontefici che dimorarono a Viterbo furono Niccolò III
(1277-1280) e Martino IV (1281-1285), che Dante colloca nel cerchio dei
golosi a “purgare l’anguille di Bolsena e la vernaccia” (Purgatorio, canto
XXIV, vv. 23-24).
Nel 1282 la corte papale fa ritorno a Roma per trasferirsi successivamente
in Francia, ad Avignone (“cattività avignonese”), dove rimane fino al
1377. Con il tramonto del Medioevo e delle due forze che ne avevano
segnato le fasi più importanti, il Papato e l’Impero, tramonta anche
l’importanza di Viterbo, la cui storia, nel periodo che precede l’avvento
dei grandi pontefici del Rinascimento, è caratterizzata da continue e
feroci lotte fra gli esponenti delle famiglie che si contendono il dominio
della città e del territorio. Viterbo continuerà a conservare i tesori del
suo periodo più glorioso, mentre pontefici e cardinali si volgeranno verso
il suburbio o gli altri centri della provincia per erigere le
testimonianze del loro gusto del bello e del grandioso. Ne è esempio la
Villa Lante di Bagnaia (4 km), splendida dimora cardinalizia
tardo-rinascimentale caratterizzata da un parco di 18 ettari e da un
Giardino all'Italiana tra i più belli d'Italia, impreziosito da fontane e
giuochi d'acqua e da due palazzine gemelle progettate dal Vignola.
A circa 3 km dal capoluogo si estende la principale zona termale del
territorio viterbese, che ha il suo epicentro nella sorgente del Bullicame
o Bulicame (298 m), un piccolo cratere del diametro di 6-8 m, ricordato da
Dante Alighieri nella Divina Commedia (Inferno, XIV canto, vv. 79-81).
Già note agli Etruschi e poi ai Romani, i quali ultimi costruirono
grandiosi edifici termali di cui ancora oggi si possono ammirare i resti
per un tratto di 11 km lungo la Via Cassia, alla periferia di Viterbo, le
terme furono abbandonate durante le invasioni barbariche. Si tornò a farne
uso soprattutto alla fine del XIII secolo, allorché il Comune di Viterbo
edificò un piccolo stabilimento con il quale inizia l’era dei fasti papali
delle terme, che vennero poi chiamate Terme dei Papi proprio perché
frequentate da molti pontefici e cardinali. In particolare, papa Niccolò V
apprezzò talmente i benefici effetti che ne traeva nella cura dei suoi
mali da farsi edificare sul posto, attorno al 1450, uno splendido palazzo
- detto Bagno del Papa, distrutto in seguito ai bombardamenti dell’ultima
guerra - nel quale poter soggiornare comodamente. Nel 1462 anche papa Pio
II venne a Viterbo nella speranza di trovare refrigerio alla sua gotta
nelle “acque solforose e calde del Bullicame”, come scrisse nei suoi
Commentari.
Attraverso alterne vicende di decadenza e splendore, le Terme dei Papi
sono riuscite a conservare intatta l’immensa ricchezza sgorgante dal
sottosuolo, e dai primi dell’Ottocento sono state sottoposte a continue
opere di ampliamento e ammodernamento che le hanno collocate fra gli
stabilimenti termali più attrezzati ed efficienti d’Europa.
Tra le manifestazioni che hanno luogo nel capoluogo una menzione
particolare merita il trasporto della cosiddetta “Macchina di Santa Rosa”,
di circa 30 metri d’altezza e 5 tonnellate di peso, portata a spalla da
100 “facchini”, che si svolge ogni anno, la sera del 3 settembre, in onore
della giovane compatrona della città, alla presenza di oltre 60.000
persone che si accalcano lungo un percorso di 1 km e mezzo. Vissuta alla
metà del XIII secolo, al tempo del soggiorno a Viterbo di Federico II
contro cui combatté, la giovane Rosa morì all’età di 17 anni e fu subito
acclamata santa a furor di popolo. A sette anni dalla morte, nel 1258, il
suo corpo venne riesumato da papa Alessandro IV e deposto nell’attuale
Basilica, dove è tuttora venerato e dove, dal 1600 ad oggi, la “macchina”
viene lasciata per alcuni giorni davanti al sacrato per essere ammirata
dai tanti fedeli devoti alla santa.
La Tuscia Viterbese
Il territorio
La Tuscia - antico nome dell’attuale realtà amministrativa costituita
dalla Provincia di Viterbo - è costellata di memorie storiche e artistiche
armoniosamente coniugate con un territorio che tra campi, boschi e laghi
si estende per circa 3.612 km2 tra Roma, la Toscana, il Mar Tirreno e
l’Umbria.
Su un territorio così poco esteso si possono ammirare tante e diverse
bellezze da rendere la zona tra le più interessanti d’Italia: si va dalla
costa tirrenica ad ovest, con litorale sabbioso coronato dalla tipica
vegetazione mediterranea, alle pianure di colmamento della Maremma
Viterbese; dalle colline boscose del Monte Rufeno e dei Monti Volsini,
Cimini e Sabatini, fitti di querce e castagni, con i vulcanici Laghi di
Bolsena, Mezzano, Vico e Monterosi, alla notevole area termale riunita
intorno alla piana di Viterbo, fino alla rigogliosa Valle del Tevere ad
est, percorsa da forre fluviali e speroni tufacei più o meno elevati su
cui si ergono caratteristici centri storici d’antica origine.
La storia della Tuscia
Sebbene molteplici siano le testimonianze della presenza umana nella
Tuscia già in epoca preistorica, furono tuttavia gli Etruschi i primi a
lasciare nel territorio viterbese un’impronta indelebile della loro
civiltà. Basti ricordare, nel territorio di Viterbo, la necropoli rupestre
di Castel D’Asso, la prima ad essere scoperta e fatta conoscere al mondo
della cultura (era il 1817), caratterizzata da una spettacolare
concentrazione di tombe monumentali addensate lungo le rupi, variamente
intagliate nella roccia e distribuite su due o tre ordini sovrapposti;
Ferento, dove gli scavi compiuti a partire dal 1966 dall’Istituto Svedese
di Studi Classici di Roma sul colle di S. Francesco, meglio noto come
Acquarossa, più d’ogni altro hanno contribuito alla conoscenza della prima
architettura domestica e civile del Popolo etrusco e della sua vita
quotidiana; Norchia, la più grandiosa e spettacolare necropoli rupestre d’Etruria
e d’Italia, con tombe a finto dado o a dado datate dal IV al I sec. a.C.,
disposte a terrazze negli aspri declivi prospettanti il centro urbano;
Vulci (Montalto di Castro), dove tra le altre spicca, per la complessità
degli ambienti e per l’importanza architettonica, la Tomba François,
decorata con un grandioso ciclo di affreschi di carattere storico. Ma è
soprattutto Tarquinia la città madre dell’Etruria, la cui storia si
identifica con quella del Popolo etrusco. Se nel corso dell’VIII e del VII
sec. a.C. la supremazia politica di Tarquinia si estende per un vasto
territorio che si prolunga nell’entroterra fino ai Monti Cimini e al lago
di Bolsena, nel VI secolo sempre più attivi diventano i traffici con
l’Oriente e la Grecia che la rendono ancora più ricca e potente. Ne sono
testimonianza il tempio dell’Ara della Regina, il più grande d’Etruria,
dal quale provengono i famosi Cavalli alati in terracotta custoditi nelle
sale del rinascimentale Palazzo Vitelleschi, un museo nazionale che
raccoglie migliaia di reperti tra vasi, ceramica etrusca e greca,
sarcofagi, bronzi, gioielli, sculture ed ex voto, ma soprattutto le tombe,
per lo più accentrate nella collina di Monterozzi, dalle quali provengono
molti preziosi reperti conservati nel Museo. Di queste, un cospicuo numero
sono dipinte e costituiscono una pinacoteca dell’arte antica mediterranea
ed italica: la tomba delle Pantere, dei Tori, della Caccia e della Pesca,
degli Auguri, delle Leonesse, del Barone, dei Giocolieri, del Cacciatore,
della Fustigazione, dei Leopardi, della Scrofa Nera, degli Scudi,
dell’Orco etc., datate dal VI secolo al I a.C..
Successivamente, la conquista del territorio ad opera dei Romani portò
all’edificazione di terme (numerosi sono i ruderi sparsi nella campagna
prossima a Viterbo), città, ville patrizie, anfiteatri (notevoli quelli di
Ferento e di Sutri), ponti (arditissimo quello dell’Abbadia di Vulci, sul
fiume Fiora) e acquedotti, soprattutto lungo la Via Cassia, arteria di
storica importanza che unisce Roma e Firenze (ora sostituita, per più
rapidi collegamenti, dall’Autostrada del Sole), costruita certamente al
tempo delle prime relazioni dei Romani con gli Etruschi per assicurare,
insieme con le vie Aurelia e Clodia, i collegamenti tra Roma e le città
dell’Etruria.
La caduta dell’impero e le invasioni barbariche, l’incerto dominio
bizantino e la pressione longobarda portarono poco a poco all’abbandono
degli abitati disposti lungo le vie e al ripristino dei luoghi alti per
necessità di difesa e sicurezza: le domuscultae, villaggi sparsi posti
sotto la tutela del vescovo di Roma, dettero origine ad un vasto
patrimonio ecclesiastico, mentre i castra, villaggi chiusi sorti in luoghi
alti in prossimità del castello baronale, furono invece i nuclei di una
numerosa feudalità laica.
La formazione dello Stato Pontificio, che attraverso un lento e faticoso
processo iniziato nell’VIII secolo con la cessione a papa Gregorio II, da
parte del re longobardo Liutprando, di Sutri, può dirsi compiuto nei suoi
tratti essenziali solo nel XV secolo, portò alla costruzione di
castelli-palazzi, spesso ricostruiti su preesistenti fortezze medievali
appartenute a nobili feudatari del posto e a principi della Chiesa -
Orsini (Soriano nel Cimino, Vasanello, etc.), Marescotti-Ruspoli (Vignanello),
Monaldeschi (Bolsena, etc.), Farnese (Caprarola, Gradoli, Valentano, etc.),
Borgia (Civitacastellana, Nepi), Odescalchi (Bassano Romano), Albornoz
(Viterbo), Santacroce-Altieri (Oriolo Romano), etc. -, centri storici
(Viterbo, Vitorchiano, Calcata, Bassano in Teverina, Orte, etc.); ville e
giardini di pregio (Villa Lante a Bagnaia, Palazzo Farnese a Caprarola,
Parco dei Mostri a Bomarzo); e chiese più o meno elaborate (mirabili
quelle romaniche di S. Maria in Castello a Tarquinia, di S. Pietro e S.
Maria Maggiore a Tuscania, il Duomo di Civita Castellana con lo splendido
portico cosmatesco, l’abbazia cistercense di S. Martino al Cimino, il
raffinato Santuario rinascimentale della Madonna della Quercia, etc.).
Tuscia: arte e paesaggio
Talmente diversificate sono pertanto le realtà storico-artistiche e
naturalistico-ambientali che caratterizzano il territorio viterbese che,
per avere un quadro piuttosto omogeneo, è necessario raggrupparle sotto
alcuni comuni denominatori facenti capo a: Le Grandi Famiglie, La Valle
dei Calanchi, Il Sentiero dei Briganti, La Via Francigena e Il Lago di
Bolsena.
Le Grandi Famiglie
Ai Monaldeschi rimandano le rocche di Bagnoregio e Castiglione in Teverina,
la Torre di Civitella D’Agliano, il Castello di Bolsena, oggi sede del
Museo Territoriale del Lago di Bolsena, l’imponente Castello, detto anche
Palazzo Madama, di Onano (che appartenne successivamente agli Sforza), e
il bellissimo Palazzo di Lubriano.
Ma quella che maggiormente ha lasciato testimonianza della sua presenza
nel nostro territorio è senza dubbio la Famiglia Farnese, che con papa
Paolo III iniziò la vocazione al mecenatismo di cui beneficiarono Roma,
Parma e Piacenza.
Nel 1534, con l’elezione al soglio pontificio di Paolo III, zio di quel
cardinal Alessandro Farnese che aveva iniziato i lavori nella residenza di
Caprarola, affidando il progetto all’architetto Antonio da Sangallo il
Giovane, la fama della famiglia Farnese tocca il suo momento più alto. Nel
1559, sotto la guida dell’architetto emiliano Jacopo Barozzi detto il
Vignola, la rude fortezza di Caprarola viene trasformata in un edificio di
nobile rappresentanza, un gioiello tardo-rinascimentale affrescato negli
splendidi ambienti interni dagli artisti più in voga dell’epoca.
Oltre poi alla ristrutturazione urbanistica del paese di Caprarola, i
Farnese si adoperarono per aumentare il pascolo e il terreno coltivabile
delle campagne limitrofe al Lago di Vico - l’antico Ciminius Lacus, per
superficie il terzo del Lazio, che con la Riserva Naturale del Lago di
Vico costituisce il patrimonio naturalistico del territorio di Caprarola:
scavando l’emissario artificiale sotterraneo che conduce le acque al Rio
Vicano, tributario del Treia e quindi del Tevere, i Farnese diminuirono
sensibilmente superficie e profondità e il lago assunse la configurazione
attuale a ferro di cavallo, lasciando allo scoperto l’area anulare attorno
al Monte Venere, oggi in parte acquitrinosa e in parte coltivata a
noccioleto.
Tuttavia, sebbene il Palazzo Farnese di Caprarola e il drammatico destino
di Castro - distrutta nel 1649 per ordine di papa Innocenzo X Pamphili -
siano ben noti, la Tuscia farnesiana rimane sostanzialmente sconosciuta ai
più, nonostante sia pressoché costellata di monumenti dovuti alla
magnificenza dei Farnese: i Castelli Farnese di Capodimonte, Farnese e
Cellere, la Rocca Farnese a Valentano, il Palazzo Farnese di Gradoli, i
Palazzi Ducali di Latera e di Ischia di Castro, rappresentano i segni del
passaggio di questa illustre famiglia che, a cominciare da Ranuccio III il
Vecchio, capitano delle milizie pontificie, donò per oltre due secoli alle
terre della Val di Lago (Lago di Bolsena) un’epoca di pace e di risveglio.
L’isola Bisentina (Capodimonte), considerata la gemma più preziosa del
Ducato Farnesiano, fu addirittura il luogo deputato ad ospitare i sepolcri
di famiglia.
Altra illustre famiglia è quella degli Orsini, che ritroviamo a Soriano
nel Cimino (nell’imponente Castello che è fra i meglio conservati nel
Lazio), a Vasanello, a Celleno, e che è esemplarmente rappresentata dal
Palazzo Orsini e dal Sacro Bosco di Bomarzo - un gioiello
tardo-rinascimentale unico al mondo, caratterizzato da un suggestivo parco
con sentieri e terrazze popolate da gigantesche sculture in peperino fatte
realizzare da Vicino Orsini a partire dal 1520, alla cui fama
contribuirono senza dubbio il pittore catalano surrealista Salvador Dalì,
che oltre a trarre ispirazione per le sue opere, girò un cortometraggio
che fece letteralmente il giro del mondo, e lo scrittore argentino Manuel
Muijca Laìnez, che nel 1962 pubblicò il suo famoso romanzo “Bomarzo”, da
cui fu tratta l’opera lirica del compositore argentino Alberto Ginastera.
La Valle dei Calanchi
Si tratta di un vasto territorio situato nel versante nord-orientale della
Tuscia, che interessa i comuni di Bagnoregio, Castiglione in Teverina,
Celleno, Civitella D’Agliano, Graffignano e Lubriano.
Anche denominata “Forre della Teverina”, quest’area è costellata da grandi
lingue di argilla biancastra, i “calanchi”, che con i loro profondi tagli
rendono il territorio un unicum dal punto di vista
naturalistico-ambientale.
La forte attività erosiva, in particolare delle acque pluviali, non
consente alla vegetazione di crescere sui crinali dei calanchi, cosicché
essi appaiono nudi ed aridi, conferendo al paesaggio un aspetto quasi
“lunare”. Nonostante ciò alcune specie arbustive riescono comunque ad
attecchire, come le ginestre, l’olmo, la rosa canina, il rovo e il
biancospino, che nelle zone pianeggianti lasciano il posto a boschi di
castagno e cerro popolati da civette, barbagianni, gufi, volpi e
cinghiali.
Se ciascuno dei comuni sopra menzionati, costellati di memorie storiche ed
artistiche dei secoli passati, si caratterizza per la bellezza di un
paesaggio ancora integro e per la tipicità dei prodotti eno-gastronomici,
è però soprattutto il borgo di Civita di Bagnoregio - città natale di San
Bonaventura e dello scrittore Bonaventura Tecchi - ad affascinare per la
spettacolarità del sito: uno sperone tufaceo di circa 70 m d’altezza,
minato dall’erosione del tempo, che Tecchi battezzò “la città che muore”
ma che, lungi dal morire, è senz’altro uno dei siti più “vitali” e più
suggestivi del territorio viterbese.
Il Sentiero dei Briganti
E’ un percorso nella natura di circa 100 km, che collega la Riserva
Naturale Regionale di Monte Rufeno con Vulci, in piena Maremma. Inizia nel
punto in cui convergono i confini di Toscana, Umbria e Lazio e si dirige
verso il Lago di Bolsena, la Selva del Lamone, le rovine di Castro, per
arrivare fino al mare. L’itinerario ripercorre le tracce dei briganti che
alla fine dell’Ottocento incrociavano su questo territorio, controllato
all’epoca da nobili e prelati e flagellato da miseria e malaria. Sono i
luoghi di Domenico Tiburzi, il “Re del Lamone”, di Fortunato Ansuini, di
Mariano Menichetti e di Luciano Fioravanti, esponenti di spicco del
brigantaggio.
Il Sentiero dei Briganti collega i paesi e i luoghi, spesso impervi, dove
questi personaggi hanno compiuto misfatti e dove si sono rifugiati nelle
loro latitanze. Ripercorrere il sentiero dei briganti (Riserva Regionale
Naturale di Monte Rufeno, Proceno, Acquapendente, Onano, Grotte di Castro,
il Lago di Bolsena, Gradoli, San Lorenzo Nuovo, Latera, la Selva del
Lamone, il Lago di Mezzano, Valentano, Farnese, Ischia di Castro, Castro e
Cellere) può diventare l’occasione per una bellissima escursione in
mountain bike, a piedi o a cavallo.
La Via Francigena
La Via "Francigena" o "Romea", nata come collegamento tra Roma e i
territori franchi dei carolingi di Francia e dei paesi germanici e che da
Canterbury portava a Roma, è la strada forse più importante dell’epoca
medievale. Ben diversa dalle consolari romane, concepite per il transito
degli eserciti e il trasporto delle merci, la Francigena, una via maestra
percorsa per secoli da Sovrani, Imperatori, plebi e religiosi, ma
soprattutto da migliaia di pellegrini in cammino verso i luoghi Santi
della Religione Cristiana, offre un’escursione a ritroso nel tempo,
attraverso la storia dei comuni che attraversa: Proceno; Acquapendente,
tappa fondamentale per i pellegrini, grazie alla preziosa reliquia portata
dalla Terra Santa e conservata nella Basilica del Santo Sepolcro; San
Lorenzo Nuovo; Bolsena, la città della santa protettrice Cristina e del
miracolo, avvenuto nel 1263, della “transustanziazione”, da cui sarebbe
nata la solennità del Corpus Domini; Montefiascone, visibile dalla Cassia
a diversi km di distanza per via dell’imponente cupola barocca della
Cattedrale di Santa Margherita e per i resti della Rocca dei Papi, resa
famosa fin dall’antichità dal bianco D.O.C. Est!Est!!Est!!! E poi Viterbo
che, sviluppatosi proprio grazie alla Via Francigena, divenne uno dei
cardini dell’intero percorso, ricco di ospizi, alloggi e memorie storiche;
San Martino al Cimino (con l’omonima abbazia cistercense e il Palazzo
Doria Pamphili a fungere da splendido fondale scenografico dell’abitato
progettato da Marcantonio De Rossi nel ‘600), Ronciglione, Vetralla,
Capranica, Sutri e Monterosi, dove, abbandonata la Cassia, si proseguiva
per la Via Trionfale fino a Roma.
Il Lago di Bolsena
L’antico Volsiniensis Lacus, come lo definirono Plinio, Vitruvio e
Columella, è il quinto lago italiano per estensione e il più grande
d’Europa tra quelli di origine vulcanica. Circondato dai Monti Volsini,
dalle sue acque emergono due isole, la Bisentina e la Martana, due dei
coni eruttivi del grande apparato vulcanico vulsino.
L’Isola Bisentina (massima altitudine 360 m) è caratterizzata da un
habitat di raro interesse naturalistico in cui si inseriscono, nel piccolo
spazio di 17 ettari, elementi artistico-architettonici di pregio risalenti
all’epoca della signoria dei Farnese, come la Chiesa rinascimentale dei
SS. Giacomo e Cristoforo con l’annesso convento francescano e gli oratori
situati sui bordi elevati dell’isola.
L’Isola Martana (massima altitudine 375 m), con i suoi 10 ettari circa di
superficie distribuiti su una forma a mezzaluna che ricorda le origini
vulcaniche, presenta folte schiere di lecci, olivi selvatici ed insolite
vegetazioni intorno alla palazzina padronale di vago stile liberty,
assieme a resti di un convento e un castello medievale dove fu relegata la
regina dei Goti Amalasunta, fatta uccidere dal cugino Teodato.
Sulle sponde del lago si affacciano, oltre alla già citata Bolsena,
Capodimonte, dominato dall’imponente mole del Castello Farnese, progettato
dall’architetto di famiglia Antonio da Sangallo il Giovane tra il 1510 e
il 1516, e Marta, un pittoresco villaggio di pescatori che conserva
integre le sue tradizioni legate alla pesca e all’agricoltura, come
testimonia la “Barabbata”, una processione folcloristica e religiosa che
ha luogo ogni anno il 14 maggio.
Sulle colline circostanti si stagliano i comuni di San Lorenzo Nuovo,
progettato tra il 1774 e il 1779 dall’architetto Francesco Navone che
prese a modello Piazza Amalienborg di Copenaghen: uno spazio centrale, di
pianta ottagonale, da cui si dipartono vie che si intersecano ad angolo
retto, che ogni anno, intorno alla metà di agosto, si trasforma in un
grandioso ristorante all’aperto in occasione della “Sagra degli gnocchi”,
dove a far da padrona è la patata a pasta gialla, farinosa e gustosa,
coltivata nel territorio; Grotte di Castro, con le sue necropoli Etrusche
sparse per il territorio, tra cui notevoli quelle situate nel Parco
Archeologico di Pianezze; Gradoli, nota soprattutto per un aspetto
folcloristico risalente al 1600: il cosiddetto “Pranzo del Purgatorio”,
allestito ogni anno nel giorno delle Ceneri dai membri della Confraternita
del Purgatorio, a base di “fagioli del Purgatorio” conditi con olio
d’oliva, piatti di pesce di lago e baccalà, accompagnati da prelibati vini
locali; Latera, uno dei paesi più piccoli del Viterbese che ogni anno, ad
ottobre, celebra, con la “Sagra del marrone”, le qualità di questo
prodotto tipico a produzione biologica; Valentano, dominato dal possente
castello medievale, ristrutturato dai Farnese, oggi sede del Museo della
Preistoria della Tuscia e della Rocca Farnese, che raccoglie reperti
archeologici provenienti da siti preistorici e protostorici del territorio
e pregevoli collezioni di ceramiche dell’epoca farnesiana rinvenute nei
“butti” (pozzi di scarico delle abitazioni); infine Montefiascone,
cittadina ricca di memorie storiche di pregio (Basilica di San Flaviano,
Rocca dei Papi, Cattedrale di S. Margherita) che tuttavia ha legato il suo
nome soprattutto a quello del barone tedesco Giovanni Defuk e alla sua
passione per il vino d.o.c. EST!EST!!EST!!!, tant’è che il vino, ogni
anno, a partire dagli anni cinquanta del ‘900, è il protagonista assoluto
della celebre “Fiera del vino” che ha luogo la prima quindicina di agosto.
L’economia della Tuscia
La provincia di Viterbo occupa un ruolo di primo piano nell’ambito dello
scenario agricolo regionale, in particolare per la coltivazione di cereali
e nocciole, fortemente presenti nella provincia viterbese. E’ un
patrimonio che si intreccia con la storia e la cultura del territorio, con
i suoi centri storici e con la sua tradizione agricola, evidenziata dalla
presenza, nell’ambito dell’Università degli Studi della Tuscia, di una
delle più prestigiose Facoltà di Agraria italiane ed europee.
Ma i prodotti che collocano la Tuscia al 7° posto in Italia per importanza
dell’agricoltura nell’economia locale sono, oltre a cereali e nocciole,
anche il comparto ortofrutticolo (pomodori e meloni), il patrimonio
zootecnico (ovini e bovini), le castagne, il vino, l’olio e le patate.
Altri importanti capitoli dell’economia viterbese sono rappresentati
dall’ambiente, ancora in gran parte incontaminato, con i suoi laghi, le
sue oasi naturalistiche, i suoi parchi e suoi monti, luoghi ideali di
villeggiatura e di escursioni all’insegna del benessere e del relax; dalle
terme, che hanno il loro epicentro nella sorgente del dantesco Bulicame,
sia quelle “en plein air” che quelle trasformate in moderni stabilimenti
attrezzati per la cura e il benessere del corpo; dalle testimonianze
archeologiche d’epoca etrusca e romana sparse nel territorio, dove la
grigia pietra vulcanica del peperino assume forme mirabili nelle necropoli
e nei sarcofagi etruschi, nel Teatro Romano di Ferento e in altri gioielli
d’epoca più tarda, come il Parco dei Mostri di Bomarzo e le fontane della
Villa Lante di Bagnaia, fino ad arrivare ai nostri giorni, dove le tante
cave ancora attive in un vasto territorio stanno a testimoniare
l’eccellenza di questa pietra ornamentale e da costruzione.
|